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Archive for the ‘Miti e leggende’ Category

La Bianca Signora

Una figura particolarmente cara all’immaginario contadino era quella della Bianca Signora, un’entità fatata in forma di donna bellissima, vestita di un lungo abito che pareva fatto della sostanza delle nuvole. Camminava sfiorando appena il terreno con i suoi piedi candidi, portando fortuna e prosperità ovunque passasse.
Si narra che un giovane, sdraiato sull’erba a riposare, vide apparire all’orizzonte una bianca figura che pareva dirigersi proprio verso la sua casa. Senza farsi vedere la seguì fino a quando fino a quando la vide entrare nella sua casa e poi spiò, attraverso la piccola finestra, che cosa stesse avvenendo all’interno. La donna non spostò nulla, toccò solo lievemente i secchi per la mungitura, le zangole, i pentoloni del latte e le forme di formaggio messe ad asciugare sui graticci e poi, così com’era entrata, uscì e si allontanò per il pianoro fino a sembrare solo una piccola nube.
Quando venne sera e i pastori tornarono dall’alpeggio, vennero radunate le mucche per la mungitura e quasi i secchi non bastarono a contenere tutto il latte munto. Il giovane non disse nulla finché non si trovò solo con il nonno, al quale raccontò l’avventura di quel giorno. “Ecco perché le mucche han fatto tanto latte” disse il vecchio e poi, parlando a voce bassissima, disse al nipote che la visitatrice non era altro che la Bianca Signora, colei che solo i puri d’anima riescono a vedere mentre gli altri, a volte, vedono solamente una folata di nebbia. Chi la vedeva poteva considerarsi molto fortunato e fortunati anche coloro i cui beni venivano sfiorati da quella meravigliosa dea dell’abbondanza. Il vecchio aggiunse però che si doveva mantenere il massimo segreto per non veder cessare la sua benevolenza. Gli confidò poi che il motivo per cui a volte, in certe cantine, il vino aveva aroma e fragranza migliori del consueto era il fatto che la Bianca Signora aveva sfiorato, in autunno, le botti che lo contenevano.

Da: Entità fatate della Padania, Milano, Edizioni della Terra di Mezzo

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L’11 Novembre si celebra la  festa di S. Martino che, segnando l’inizio del ciclo invernale, è come una specie di carnevale in anticipo: sono note tra le altre le feste dell’uva dei Colli Albani e quelle trentine e dell’Alto Adige. In alcuni paesi i giovani mascherati entrano nelle case a far la corte alle ragazze, e si fa la denuncia pubblica delle malefatte della comunità: gruppi di giovani a sera girano per le vie della città e disegnano grandi corna sulla facciata delle case ove abitano quei mariti che l’opinione pubblica ritiene infelici.
Altro elemento tipico delle feste d’inizio di stagione, è dato dalle questue: alla periferia di Venezia e Chioggia, per esempio, popolane povere si presentavano ai negozi o sotto i balconi, porgendo il grembiule vuoto e cantando: “In sta casa ghe xe de tuto del salame e del parsuto del formagio piasentin viva viva San Martin!”.

Leggenda di S.Martino:
era l’11 novembre, un giorno piovoso e freddo tanto che Martino galoppava sul suo cavallo ricoperto dal mantello. A un certo momento Martino incontra sul suo cammino un vecchio coperto di pochi stracci, barcollante e infreddolito. Martino vuole aiutarlo ma non ha né denaro, né una coperta da offrirgli e così prende il suo mantello e con la spada lo taglia a metà donandone una parte al vecchietto. Poco dopo mentre Martino galoppa felice per aver compiuto quel gesto caritatevole, il clima si riscalda e dalle nuvole spunta un sole radioso. Ecco l’estate di S.Martino, come ancor oggi vengono chiamate le belle giornate di novembre. Giunta la notte Martino sogna Gesù che con il mantello in mano lo ringrazia per quel gesto di compassione.

Vita di S.Martino:
Martino nasce in Pannonia, l’odierna Ungheria nel 316. Figlio di un ufficiale romano fa parte della Guardia Romana fino ai 15 anni. Martino conobbe il cristianesimo frequentando di nascosto le assemblee dei cristiani. Le cronache narrano di lui come un uomo di straordinaria umiltà e carità, doti che sono alla base delle leggende che si raccontano sulla sua vita, tra cui, oltre a quella famosa del mantello, anche quella che narra come Martino trattasse il suo attendente militare alla pari di un fratello, tanto da tenergli puliti i calzari.
Martino ottenuto dall’Imperatore l’esonero dal servizio militare si recò a Poiters dove fu battezzato e ordinato sacerdote dal vescovo S.Ilario. Tra le molte vicende della sua vita merita d’essere ricordata l’erezione, da lui voluta, dei monasteri di Ligugè e Mamontier, e il suo operato come vescovo di Tours. Martino morì a Candes 11/11/397 e fu poi sepolto nella cattedrale di Tours. In Francia S.Martino è il primo patrono della nazione. Merita d’essere ricordato che in arte S.Martino è tradizionalmente raffigurato sul cavallo mentre compie il gesto del taglio del mantello.

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Questo tempo grigio autunnale mi fa venire voglia di coccolarmi con qualche dolcetto… a voi no? Ecco qui una ricetta francese “fatata”! 🙂

Il dono della fata

Una figura importantissima nella tradizione francese, la fata Melusina, ha dato origine ad una consuetudine alimentare giunta fino a noi. Secondo la leggenda, narrata per la prima volta nel XIV secolo da Jean d’Arras, Melusina, figlia di fate marine simili alle sirene, assumeva ogni sabato le loro fattezze. Accettò di sposare il conte Raimondo, ma si fece promettere di non spiarla mai il sabato, quando era solita ritirarsi nelle sue stanze. Per lui costruì il castello di Lusingano e gli diede numerosi figli, dai quali discesero le più potenti casate feudali di Francia. Ma un giorno Raimondo, sopraffatto dalla curiosità, infranse la promessa e la fata fuggì lontano, continuando però a proteggere il casato e lasciando un tangibile ricordo della sua presenza. Ancora oggi, infatti, il lunedì seguente la Pentecoste alla fiera di Font-de-Cè, presso Lusignan, si mangiano i dolci che portano il suo nome.

Pandolce della fata

Dosi per 4 persone
300 g di farina
100 g di zucchero
2 cucchiai di miele
100 g di burro
2 uova
1 bicchiere di latte
1 bustina di vanillina
1 bustina di lievito per dolci
80 g di mandorle a lamelle
1 cucchiaio di granelli di zucchero
1 pizzico di sale

Preparazione: Unite all’impasto di farina, uova e zucchero, il miele, il burro a pezzetti a temperatura ambiente, la vanillina, il sale e il latte. Quando avrete ottenuto un impasto omogeneo, aggiungete il lievito. Versate il composto in uno stampo rettangolare imburrato e leggermente infarinato e cospargete la superficie con le lamelle di mandorle e i granelli di zucchero. Cuocere in forno per 40 minuti a 180°.

Da: R. Carretta, La cucina delle fiabe, Il leone verde edizioni, 2002

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Molti pensano ad Halloween come ad una festa americana, in realtà questa ricorrenza è legata al passato della maggior parte dei popoli europei. La nascita della festa viene fatta infatti risalire al 4000 a.C., ed è legata alla transumanza del bestiame. Nel periodo fra ottobre e novembre la terra si prepara all’inverno ed era necessario – allora come adesso – ricoverare il bestiame in un luogo chiuso per garantirgli la sopravvivenza. L’evento era festeggiato con canti e danzeintorno al fuoco.

LA CELTICA SAMHAIN
I Celti, in particolare, festeggiavano la fine dell’estate con Samhain, il capodanno. In gaelico Samhain significa infatti fine dell’estate. In quest’occasione i celti accendevano numerosissimi falò, accompagnati da canti festosi e da rituali divinatori: il fuoco era in fatti considerato l’elemento purificatore per eccellenza: non solo in quanto dispensatore di luce e di calore, ma perchè catalizzatore di energie positive. Questo giorno – che cadeva il 1° Novembre, ma i festeggiamenti partivano dal 31 ottobre – segnava un confine tra due periodi dell’anno molto diversi (estate e inverno) e, nella concezione circolare del tempo caratteristica di questa cultura, non apparteneva né all’anno vecchio e neppure al nuovo: era come un “cancello” tra il mondo dei vivi e quello dei morti, così gli spiriti dei defunti potevano tornare nelle proprie case per scaldarsi e rifocillarsi. Si era soliti lasciare per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi: da qui l’usanza del trick-or-treating, “dolcetto o scherzetto”. Secondo la leggenda, nella notte di Samhain si potevano vedere anche fate ed elfi, che erano soliti fare scherzi agli uomini: questo ha portato alla nascita e al perpetuarsi di molte altre storie terrificanti. Riti propiziatori per il nuovo anno, culto dei morti e credenze magiche si fondevano insieme nella celebrazione in una notte che non aveva nulla di pauroso, anzi: era la più lunga e gioiosa dell’anno, una festa di pace e amicizia. Il cristianesimo tentò di incorporare le vecchie festività pagane dando loro una connotazione compatibile con il suo messaggio. Il 13 maggio 610 Papa Bonifacio IV istituì la festa di tutti i santi: nella festa, celebrata ogni anno in quello stesso giorno, venivano onorati i cristiani uccisi in nome della fede. Per oltre due secoli le due festività procedettero affiancate, sino a che papa Gregorio III, nel 731, ne fece coincidere le date. Secondo altre fonti, fu invece Sant’Odilone di Cluny che nel 1048 decise di spostare la celebrazione cattolica all’inizio di novembre al fine di detronizzare il culto di Samhain. L’Ognissanti fu spostata così dal 13 maggio al 1 novembre per dare ai cristiani l’opportunità di ricordare tutti i santi e, il giorno dopo, tutti i cristiani defunti. Il termine inglese “Halloween” deriva infatti da “All Hallows” cioè “tutti i santi”. Diventa poi “All Hallows Eve”, cioè la vigilia di Ognissanti, ed infine “Halloween”.

L’ITALIA
Queste usanze e credenze ci diffusero anche nel nord Italia, con la dominazione celtica, ma con l’avvento del cristianesimo esse furono dimenticate. In questi ultimi la festa di Halloween sembra aver preso piede anche in Italia e si crede “importata” dall’America (in cui, importata dagli immigrati europei, prese la connotazione di “notte degli scherzi” o “notte del diavolo” ed è diventata oggi un affare commerciale): ma la complessa ritualità legata ai morti era un tempo tradizione ben viva nelle nostre campagne. L’uso di zucche (“Jack-o-lantern”, la zucca svuotata e tagliata come una faccia malvagia con una candela all’interno, il simbolo di Halloween più conosciuto) contro gli spiriti maligni è tipicamente americana, ma l’uso di rape vuote illuminate è documentato in alcune località del Piemonte, della Campania, del Friuli, dell’Emilia-Romagna e dell’alto Lazio. Nelle case di tutto l’arco alpino (ma anche oltre, come testimonia il bel racconto di come Alice) si era soliti attendere l’arrivo dei defunti intorno ad un lauto banchetto. Proprio come facevano i Celti. In Italia quindi, parlare di Halloween significa attuare una riscoperta.

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Tra i miei interessi, c’è quello per le leggende e le tradizioni della zona in cui sono nata (il Lago Maggiore). Sono molto affezionata a quel patrimonio di credenze popolari che oggi, purtroppo, fanno fatica a sopravvivere, inghiottite come solo da quello che chiamiamo progresso. Riportarle in vita è a mio avviso molto importante, perché si sta sempre più perdendo quel senso di appartenenza alla comunità che invece caratterizzava le generazioni passate. Oggi vivono insieme persone appartenenti non solo a diverse regioni d’Italia, ma anche ai più vari stati del mondo. I problemi connessi alla multietnicità sono sotto gli occhi di tutti: a mio avviso, occorre prima conoscere il passato e recuperare ciò che vi era di positivo prima di costruire qualcosa di nuovo.

Ma veniamo alla leggenda che voglio raccontare oggi: quella degli Umett.

Si dice che i boschi di questa zona siano abitati dagli Umett (in dialetto “ometto”) un tipo di folletto di cui già i celti danno notizia. Sono piccoli di statura, con occhi piccoli come capocchie di spillo ma vivaci e scintillanti, orecchie puntute e corpo robusto, abbastanza peloso. Hanno carattere allegro, sono di buon cuore e quando possono aiutano gli umani in pericolo. Alcuni di loro sono addetti al buon andamento delle cose del bosco: i Quertur, ad esempio, si preoccupano della crescita dei funghi e trascorrono la primavera a spargere misteriose polverine che hanno la prerogativa di far crescere i funghi. Il loro corpo è tutto ricoperto di muschio, così riescono a nascondersi agli occhi degli uomini. Amano moltissimo sedersi sulle Amanite muscarie, dai bei colori rossi con i puntini bianchi e dà lì osservare il bosco. Quando piove, invece, si riparano sotto le “Mazze di tamburo” (Lepiota procera).
Quando in autunno i “fungiatt” si recano a raccogliere gli amati funghi, se ne lasciano qualcuno l’anno prossimo ne troveranno il doppio, se invece li calpestano o li distruggono i Quertur sono capaci di fare dispetti crudeli, come lanciare un ramo secco tra i piedi dell’incauto fungiatt o spruzzargli negli occhi la polvere nerastra dei “Piteluff” (Lycoperdun maximum). Quando poi il raccoglitore di funghi è terribilmente distruttivo e calpesta innumerevoli funghi non commestibili per coglierne uno buono, allora i Quertur ricorrono all’arma suprema: si avvicinano al cestino che l’incauto umano ha lasciato per terra e scambiano lestamente un buon porcino con un Boletus satana che gli farà venire un terribile mal di pancia!

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